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Home Cultura

Lo specchio nero degli Interpol

di Redazione Il Giornale Economico
25/08/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloL’estate sta finendo, ma ci regala ritorni interessanti come “Lost Weekend” di Phoebe Bridgers e “Massive Champion” dei Getdown Services. In questa lista si prendono il loro posto anche gli Interpol. Con un esordio sontuoso, oscuro ed elegante, nel 2002 il gruppo newyorchese ammaliava una generazione che in casa aveva i dischi postpunk dei genitori. Se “Turn on the Bright Lights” si è preso sin da subito il titolo di capolavoro, il successivo “Antics” del 2004 ne replicava in parte la maestosità. Nei due decenni successivi gli Interpol hanno costruito uno status di band di culto, arrivando nel 2024 a radunare centosessantamila persone a Città del Messico. Questo nonostante una serie di album dal sound piuttosto statico, seppur capaci di regalare brani intensi come “Pioneer to the Falls” o “All the Rage Back Home”. Il discorso cambia con “This Mirror Weighs a Ton”, probabilmente grazie anche alla produzione di Andrew Wyatt, già al lavoro con molti artisti, tra cui Rosalía e Charli Xcx. Quest’ultima ha da poco pubblicato l’interessante “Music, Fashion, Film”, il disco “post-Brat” in cui riflette sul rapporto tra fama, identità e immagine pubblica, spingendosi verso territori decisamente più rock.Chiedilo al SoleDomande di approfondimento generate da 24Ore AIAmore asimmetricoVecchi cavi per internet Dsl, acciaio e telecamere a circuito chiuso: l’artista americana Addie Wagenknecht ha utilizzato questi materiali per la sua opera Asymmetric Love Number 2 del 2013. Il risultato è una sorta di lampadario da “1984” che fa riflettere su come le nostre relazioni interpersonali siano soggette al monitoraggio social e digitale. Il lavoro è stato scelto per la copertina di “This Mirror Weighs a Ton”, titolo che arriva dal processo creativo del cantante Paul Banks. Questo si basa sull’improvvisazione melodica e testuale, qualcosa che alla fine sembra quasi uno stream of consciousness. Nel caso della title track in apertura – un flusso malinconico attraversato da una dolcezza minimalista –, si tratta di un substrato contaminato da radio e telefoni, rassicurato dalla voce di Juliet Seger, moglie di Banks. “See Out Loud” è un saggio di classicismo Interpol in cui torna anche a cantare il chitarrista Daniel Kessler, mentre in “Iron City” ci troviamo a passeggiare per Central Park riparandoci da una pioggia di codici binari su chitarre sommesse, un pianoforte che regge il brano assieme a uno dei cardini del gruppo, la batteria chirurgica di Sam Fogarino.Loading…Un’estate che cattura la tristezzaGli intrecci di chitarra si fanno più intensi in “Wounded Soldier”, prima che “Wings on Fire” aumenti l’energia, nuovamente tenuta a freno dall’oscura “Ever the Actor”. Fino a quando non attacca la voce, è quasi impossibile attribuire “So Rides the Reindeer” agli Interpol per il trattamento della batteria e la chitarra acustica in primo piano. Banks dipinge quadretti quotidiani fatti di «colori vivaci su abiti semplici», altre volte durante l’album lascia libera la sua vena poetica decadente, come quando canta «ho sostituito il mio volto con i tuoi occhi» in “Darling Thoughts”, la cui seconda parte è uno dei momenti migliori del disco. Un altro brano che si allontana dagli stilemi degli Interpol è “Wake Up”, con un riff di chitarra in stile Foals. Quello di pianoforte in “Enemy” ricorda invece i Sigur Rós e musica un amore difficile. L’album si chiude con la malinconia di “Sudden”, anticipata da “Bird and the Serpent”, in cui Banks ci racconta di un’estate che ha catturato la sua tristezza.

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