(di Laura Valentini)
CATERINA BATTILOCCHIO, ‘LA GUARDIANA’
(GARZANTI, PP 330, 17,90 EURO) – Riconsiderare le proprie radici
guardando alle vite di chi ci ha preceduto, con i loro traguardi
e le loro sconfitte, puo’ essere una modalità di rinascita in un
momento di fragilità: è quello che succede a Mora, protagonista
di ‘La Guardiana’ di Caterina Battilocchio, che usa il racconto
scritto del passato di ciascuno fin da principio come metodo
terapeutico in una comunità di recupero per ragazzi. E’ quindi
una ‘guardiana’ dei ricordi, una custode di storie di vita, la
protagonista di questo romanzo di esordio che esplora il
rapporto tra generazioni diverse, quella di una trentenne e di
sua nonna, Tita: anche la sua vita è al centro di un racconto
scritto ma per sua volontà manca un episodio saliente, un vero e
proprio segreto, che la nipote scoprirà con il tempo, quando
l’anziana non c’è più.
“Voleva stare al mondo, nonna Tita, ma alle sue condizioni.
Nemmeno Dio poteva contraddirla. A una settimana dalla
chiacchierata, Nostro Signore Gesù Cristo Misericordioso l’aveva
accontentata solo a metà: non le aveva protratto la salute per
altro tempo, ma in compenso dopo poche ore d’ospedale se l’era
portata via evitandole sofferenze e lasciando noi spiazzati”. Un
senso di vuoto che è avvertito soprattutto dalla nipote. Del
resto tutto quello che Mora sa lo ha imparato da sua nonna Tita:
per esempio le ha spiegato che i pensieri passano dai piedi; per
questo quando sei triste ti senti pesante e quando sei felice ti
sembra di volare. Le ha insegnato che una rosa va bene per ogni
occasione e ha lasciato detto che vuole rose rosse al suo
funerale. Ed è proprio lì che il parroco, lodando la fede della
defunta, accenna tuttavia a “un errore” del passato. Mora
rimugina su questo “errore” ma soprattutto con questo addio si
sente persa; con lavori sempre precari non ha ancora alcuna
sicurezza e così accetta un lavoro da educatrice in una casa di
riposo per anziani di Rocca, paesino dell’Etruria dove la nonna
aveva ancora casa e lei trascorreva le estati da bambina.
I piani temporali nel libro si espandono: ecco Tita bambina
subito dopo la morte del padre, poi giovinetta un po’ goffa e da
molti scansata perché la madre dopo la morte del marito soffre
di “mattità” , la difficoltà a trovare un marito che viene
risolta “per lettera” e che porta a un incontro con un “bravo
cristiano”. Poi di nuovo Mora, alle prese con lavori vari tra
cui figura anche l’innovativo servizio di discorsi in ricordo
del caro estinto offerto da una impresa di pompe funebri. La
ragazza decide di dare un taglio con una situazione di inerzia
andando a lavorare in una residenza per anziani alle porte del
paesino, circondata da roseti che le ricordano proprio nonna
Tita e dove la storia che inizia con una bambina zoppa di nome
Margherita finisce. Non senza aver portato alla luce un segreto
che aveva appesantito i suoi passi e con una ultima lezione
della nonna: non esistono strade prefissate. Solo direzioni da
prendere senza guardarsi più indietro.
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