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Home Cultura

I figli della foresta rapiti dai selvaggi

di Redazione Il Giornale Economico
15/06/2026
in Cultura

Ascolta la versione audio dell’articoloL’estate del 1936 passata a cacciare nelle foreste che una volta circondavano il grande lago di Pekuakami, in Québec, è stata l’ultima stagione spensierata per Virginia e Marie, adolescenti della Nazione Innu, amiche inseparabili. Quando con le famiglie si stavano preparando per risalire i fiumi verso i territori invernali – «i nomadi sono fatti così: felici di piantare l’accampamento e ancora di più di levarlo» -, grossi camion hanno invaso il campo. Tutti i bambini e i ragazzi sono stati caricati sugli autocarri, poi su piccoli aerei che li hanno deportati negli internati: collegi gestiti dai preti il cui scopo, come il governo canadese ha infine riconosciuto una quindicina di anni fa, era l’assimilazione dei nativi americani. Dovevano in sostanza «uccidere l’indiano nel bambino». E spesso, come dice il cantante innu Florent Vollant, «hanno ucciso anche il bambino». I più piccoli di loro avevano appena sei anni; i più grandi, sedici: oltre 150mila membri delle Prime Nazioni, degli inuit e dei métis hanno subito questa sorte. Virginia e Marie sono sbarcate su un’isola migliaia di chilometri a ovest di dove sono nate, nel collegio cattolico Fort George. E a un certo punto sono scomparse, come il loro coetaneo innu Charles. Non sembrerebbe siano morti, come è accaduto a molte migliaia di bambini nativi: suicidatisi dopo essere stati stuprati da coloro che li definivano selvaggi, uccisi dalle sevizie, dalla denutrizione, dalle malattie. Le fosse comuni sono decine e decine.Chiedilo al SoleDomande di approfondimento generate da 24Ore AILo scrittore e giornalista innu Michel Jean, già autore di Kukum, dove descriveva la vita nell’accampamento dopo il rapimento di tutti i bambini e i ragazzi – in Maikan racconta quella dei piccoli deportati. Jean ha immaginato Audrey, affascinante avvocata nella Montreal dei giorni nostri alla ricerca di una causa da seguire pro bono, come devono fare ogni anno i legali canadesi. Decide di occuparsi dei nativi dopo aver letto un articolo di giornale: «Come buona parte dei suoi compatrioti, Audrey non sapeva che su circa centotrentanove collegi aperti nel Paese, dodici si trovavano in Québec. Com’è possibile che un popolo, che da tre secoli lotta contro l’assimilazione, abbia lui stesso tentato di acculturarne un altro? L’idea le era parsa ancora più sconcertante quando aveva scoperto che i collegi erano diretti dagli stessi religiosi che, in passato, si erano opposti fermamente all’integrazione forzata dei francofoni». Spulciando gli archivi per trovare chi è ancora vivo tra i deportati e aiutarlo a ricevere un indennizzo dal governo canadese, Audrey si imbatte nella storia di Virginia, Marie e Charles, svaniti nel nulla nel 1937 e decide di scoprire che ne è stato di loro. Maikan, con le sue splendide descrizioni della natura boreale e della vita degli innu, con il suo ritmo serrato, i personaggi credibili, è prima di tutto questo, una testimonianza, un’inchiesta nella memoria dei vivi e dei morti fatta da Jean quando ha scoperto che molti membri della sua famiglia erano stati a Fort George: sopraffatti dalla vergogna e dal trauma non avevano mai raccontato ciò che avevano subìto.Loading…L’invenzione letteraria è servita per fare quella che Saidiya Hartman chiama una finzione d’amore: «riempire i buchi di una narrazione che aveva tolto loro la parola» scrive Igiaba Scego riferendosi al suo ultimo lavoro, Figli della foresta, una graphic novel che parla di altri due bambini deportati: Makunka e Tukuba, rapiti in Congo dal “celebre esploratore” Giovanni Miani, appartenenti agli Akka, uno dei popoli di cacciatori raccoglitori che i colonizzatori hanno indebitamente chiamato pigmei, portati in Italia nel 1872 «come oggetti etnografici da osservare, analizzare, misurare, catalogare». Un’altra storia vera, documentata dai giornali dell’epoca e da diversi studiosi che Scego ha consultato prima di cercare di immaginarsi cosa veramente avessero vissuto i due ragazzini strappati ai genitori. «L’archivio, quando si tratta di persone schiavizzate e razzializzate, non riporta mai la realtà. Le persone negli archivi sono oggetti, sono sempre accompagnate da qualche numero (nel nostro caso le misurazioni), l’archivio mette in scena la disumanizzazione, mette in scena l’osceno» scrive Scego.Dalla penisola del Labrador alla foresta pluviale congolese la storia si ripete: «Quel che è accaduto agli innu è accaduto alla Reunion, o in Nuova Zelanda, o ai berberi dell’Africa del Nord – dice Jean -. La realtà dei popoli autoctoni del pianeta è una storia universale, tocca tutti i continenti. È la storia della colonizzazione».Michel Jean

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